domenica 21 febbraio 2016
Milan Kundera - L'insostenibile leggerezza dell'essere
(…)Le vite umane sono costruite come una composizione musicale. L’uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita. Ad esso ritorna, lo ripete, lo varia, lo sviluppa, lo traspone, come fa il compositore con i temi della sua sonata.(...)
(...)L’uomo senza saperlo compone la propria vita secondo le leggi della bellezza persino nei momenti di più profondo smarrimento. Non si può quindi rimproverare ad un romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze, ma si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze della vita di ogni giorno, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza. (…)
mercoledì 17 febbraio 2016
José Saramago - Le intermittenze della morte
«Sapremo sempre meno che cos’è un essere umano»
«Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti enorme turbamento…»
Con questa affermazione si apre il romanzo di José Saramago (1922- 2010) narratore, drammaturgo e poeta portoghese, premio Nobel per la Letteratura nel 1998.
L’ambientazione è omessa: la morte si è presa una pausa, regalando un'inaspettata eternità in un Paese non definito, ai confini del quale il ciclo della vita continua invece ignaro. L’evento narrato possiede uno sfumato tempo d’inizio, che coincide con la mezzanotte di un 31 dicembre, e una fine inusuale, che si trasforma in un tempo sospeso.
Attorno a questo fatto irrazionale ruota il romanzo, interamente scritto, quale tratto distintivo dell’autore, in assenza dei convenzionali segni di punteggiatura , con discorsi diretti e indiretti che si fondono in lunghe frasi senza pause.
Lo stile narrativo contribuisce a creare pathos, ma pure ad appesantire, a tratti, la lettura.
La morte, volutamente, è scritta e si firma essa stessa con l’iniziale minuscola, perché «le morti di ciascuno sono morti per così dire dalla vita limitata, subalterne, muoiono con colui che hanno ammazzato, ma al di sopra di esse ci sarà una morte più grande, quella che si occupa dell’insieme degli esseri umani… Quella che distruggerà l’universo, che realmente merita il nome di Morte, anche se quando ciò accadrà non si troverà più nessuno a pronunciarlo…»
Un’assenza e una presenza si alternano in tutto il romanzo: manca la morte come fatto e compare materialmente la morte nelle vesti di uno scheletro prima, di una donna successivamente.
I personaggi, legati insieme da questa paradossale situazione, restano in vario modo intrappolati a progettare e ragionare intorno alla nuova e anomala realtà. L’ immortalità presto si trasforma in dramma e le tragedie singole si intrecciano ai dolori collettivi.
«In tal caso, intervenne un filosofo dell’ala ottimista, perché vi spaventa tanto che la morte sia finita, Non sappiamo se è finita, sappiamo solo che ha smesso di ammazzare…»
Il decadimento umano però non si ferma: la malattia non è sconfitta, gli incidenti, le sofferenze, i dolori continuano. La classe politica è preoccupata e sconcertata di fronte a cambiamenti epocali che non è in grado di gestire, arrivando a prendere accordi con una non ben identificata maphia. La Chiesa appare sgomenta di fronte alla notizia: non può più predicare la vita eterna dell’anima giacché i corpi stessi sono diventati eterni. Per la «dottrina» l’assenza della morte diventa immediatamente più insopportabile della sua presenza.
«Senza morte, mi ascolti bene, signor primo ministro, senza morte non c’è resurrezione, e senza resurrezione non c’è chiesa»
Nel gioco di situazioni imprevedibili la voce narrante lascia talvolta spazio a quella dell’autore che chiede complicità ai lettori, lanciando una sfida: accettare le sue proposte narrative, perché diventi coerente il fatto assurdo. Come in altre opere Saramago, attorno a un evento surreale, ricrea una storia di cui è superfluo chiedersi il motivo. Scandagliare il pensiero umano è il suo unico fine narrativo.
«E’ così che solo un’educazione raffinata, di quelle che ormai stanno diventando rare, unitamente, forse, al rispetto più o meno superstizioso che la parola scritta suole infondere nelle anime timorate, abbia portato i lettori, benché non mancassero loro i motivi per manifestare espliciti segnali di mal repressa impazienza, a non interrompere quello che abbiamo fin qui riferito…»
Anche lo scrittore prende la parola in merito alla morte: «A proposito, non resistiamo a rammentare che la morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo»
E la stessa morte, quasi a scusarsi con l’umanità intera: «C’è un punto su cui mi sento in obbligo di riconoscere il mio errore, il quale punto ha a che vedere con l’ingiusto e crudele procedimento che stavo seguendo, vale a dire togliere la vita alle persone a tradimento, senza preavviso…»
Il decadimento umano però non si ferma: la malattia non è sconfitta, gli incidenti, le sofferenze, i dolori continuano. La classe politica è preoccupata e sconcertata di fronte a cambiamenti epocali che non è in grado di gestire, arrivando a prendere accordi con una non ben identificata maphia. La Chiesa appare sgomenta di fronte alla notizia: non può più predicare la vita eterna dell’anima giacché i corpi stessi sono diventati eterni. Per la «dottrina» l’assenza della morte diventa immediatamente più insopportabile della sua presenza.
«Senza morte, mi ascolti bene, signor primo ministro, senza morte non c’è resurrezione, e senza resurrezione non c’è chiesa»
Nel gioco di situazioni imprevedibili la voce narrante lascia talvolta spazio a quella dell’autore che chiede complicità ai lettori, lanciando una sfida: accettare le sue proposte narrative, perché diventi coerente il fatto assurdo. Come in altre opere Saramago, attorno a un evento surreale, ricrea una storia di cui è superfluo chiedersi il motivo. Scandagliare il pensiero umano è il suo unico fine narrativo.
«E’ così che solo un’educazione raffinata, di quelle che ormai stanno diventando rare, unitamente, forse, al rispetto più o meno superstizioso che la parola scritta suole infondere nelle anime timorate, abbia portato i lettori, benché non mancassero loro i motivi per manifestare espliciti segnali di mal repressa impazienza, a non interrompere quello che abbiamo fin qui riferito…»
Anche lo scrittore prende la parola in merito alla morte: «A proposito, non resistiamo a rammentare che la morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo»
E la stessa morte, quasi a scusarsi con l’umanità intera: «C’è un punto su cui mi sento in obbligo di riconoscere il mio errore, il quale punto ha a che vedere con l’ingiusto e crudele procedimento che stavo seguendo, vale a dire togliere la vita alle persone a tradimento, senza preavviso…»
La parentesi di eternità dura sette mesi, dopo i quali la morte torna dunque all’opera grazie a missive dal colore violetto.
«D’ora in poi tutti quanti saranno avvertiti e avranno la scadenza di una settimana per mettere in ordine quanto ancora gli resta di vita…»
Ancora la voce dell’autore, quasi a ribadire l’assoluta ovvietà dei fatti e a chiedere consenso ai lettori: «Ma la morte non ha alcuna necessità di essere crudele, a lei, togliere la vita alle persone basta e avanza… E ora, concentrata come dovrà essere sulla riorganizzazione dei suoi servizi di appoggio dopo la lunga sosta di sette mesi, non ha occhi né orecchie per le urla di disperazione e di angoscia degli uomini… e delle donne che, uno dopo l’altro, vengono avvisati della morte prossima...»
Senonché anch’essa, dopo aver dichiarato «io sono la morte, il resto è nulla» incappa in un imprevisto e deve vestire i panni di una vulnerabile donna, che condurrà il lettore a un finale non scontato, legato a una lettera rinviata al mittente per tre volte.
(Pubblicato su VORREI - culture- 15-06-2013)
Italo Calvino - La giornata d'uno scrutatore
"l'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo”
“Per scrivere una storia così breve, ci ho messo dieci anni, più di quanto avessi impiegato per ogni mio altro lavoro. La prima idea di questo racconto mi venne proprio il 7 giugno 1953. Fui al Cottolengo durante le elezioni per una decina di minuti. (…) ero candidato del Partito Comunista… assistetti a una discussione… fu lì che mi venne l’idea del racconto. Provai a scriverlo, ma non ci riuscii… Pensai che avrei potuto scrivere solo se avessi vissuto veramente l’esperienza dello scrutatore che assiste a tutto lo svolgimento delle elezioni lì dentro.
L’occasione nel ’61. Passai al Cottolengo quasi due giorni e fui anche fra gli scrutatori che vanno a raccogliere il voto nelle corsie… Il risultato fu che restai completamente impedito dallo scrivere per molti mesi… Insomma, prima ero a corto di immagini, ora avevo immagini troppo forti.
Ho dovuto aspettare che si allontanassero, che sbiadissero un poco dalla memoria… ho dovuto far maturare sempre più riflessioni… come un seguito di onde o cerchi concentrici…”
Ecco il Calvino della mia maturità, così diverso da quello conosciuto sui banchi di scuola.
Non più lo stupore nel seguire un funambulo gentiluomo arrampicato sugli alberi; né la commozione per quel guerriero spaccato a metà da una cannonata; né l’illusione d’incrociare la via tracciata da un cavaliere inesistente.
È un uomo qualunque quello che ho ritrovato in questo testo, un attivista moderato di un partito di sinistra non ben specificato, scelto per ricoprire il ruolo di uno scrutatore al Cottolengo.
Anno 1953.
In una giornata piovosa ha inizio il viaggio di Amerigo (e con il nome che gli è stato affidato, altro non avrebbe potuto fare) attraverso “un’Italia nascosta … il rovescio di quella che si sfoggia al sole, che si ammira per le strade e che pretende e che produce e che consuma; che era il segreto delle famiglie e dei paesi …“
Un viaggio che ha dell’assurdo, dell’irragionevole: se avessi letto il libro senza conoscerne l’autore, lo avrei associato a Saramago.
Calvino si scontra con l’infelicità, si chiede quanto pesi su ognuno di noi la responsabilità di generare nuove vite, fa suo il dolore di chi è reietto, condannato all’ombra, inconsapevole pedina di questa nostra esistenza, eppure sfruttato per creare numeri, voti, potere.
“non avevo mai osato sfiorare questi temi prima d’ora. Non dico ora d’aver fatto più che sfiorarli; ma già l’ammettere la loro esistenza, il sapere che si deve tenerne conto, cambia molte cose.”
Questo breve romanzo è un concentrato di polemiche, di fatti politici, memorie storiche, di confini invalicabili fra la città-dell’homo-faber - che si è arrogata il diritto di conoscere in modo esclusivo il segreto del “fuoco … senza il quale le città non si fondano, né le ruote delle macchine vengono messe in moto” - e il mondo-Cottolengo, antitesi della” vanità del tutto”.
Sul finire del viaggio l’approdo all’amore in due diverse sfumature, a quell’amore che non porta traccia di pensiero razionale.
Vagando tra le corsie come membro del seggio, il protagonista scorge una suora che ha fatto del Cottolengo il suo luogo di missione. L’amore come scelta.
Poi un anziano padre che “non aveva scelto nulla, perché il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua vita era altrove, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio”. L'amore come necessità, come conseguenza inevitabile.
Seduti ai lati del letto, in modo da potersi reciprocamente guardare con l’angolo dell’occhio, due esseri legati dal sottile filo di un altro tipo d’amore. “Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore." E poi: " l'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo”.
( pubblicato su VORREI - Il mio #Calvino IV. La giornata di uno scrutatore)
Hermann Hesse - Demian
"Eppure, non volevo tentar di vivere se non ciò che spontaneamente voleva erompere da me.
Perché era tanto mai difficile?”
Demian , un libro ricco di significati e di simboli; un mosaico incentrato sulla crisi esistenziale, intesa non come sconfitta, ma come cambiamento, elevazione.
L’ apertura del romanzo è un inno alla vita e all’irripetibilità di ogni essere umano.
“ Ogni uomo però non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola, senza ripetizione” .
Il concetto viene poi ribadito poche righe dopo, laddove il fulcro dell’esistenza di ogni uomo si identifica con il personale “mettersi in gioco” :
“ La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero. ..Tutti noi abbiamo in comune le origini, le madri, tutti veniamo dallo stesso abisso: ma ognuno, tentativo e rincorsa dalle profondità, tende alla propria meta. Possiamo comprenderci l’un l’altro, ma ognuno può interpretare soltanto se stesso”.
E ancora : ”ciò che la natura vuole dall’uomo sta scritto in ognuno, in me in te” .
Il filo conduttore di tutto il romanzo è il concetto di “cammino”, da intendersi principalmente come ricerca dell’Io, scisso fra il bene e il male, fra il sentirsi “parte” e l’esser “esclusi.
Il cammino è quello che intraprende il protagonista, che a soli dieci anni si scontra con due mondi che convivono fra le mura in cui abita.
“ Molti sperimentano la morte e la rinascita, che sono il nostro destino, una volta sola nella vita, quando cioè l’infanzia si decompone e lentamente crolla.” … “Due mondi vi si confondevano e da due poli arrivavano il giorno e la notte.”
Da una parte una madre, un padre con il loro rigore morale, la parola della Bibbia quotidianamente vissuta e imposta, il senso di perfezione e di sicurezza proprio del focolare domestico.
Dall’altra, le storie di spiriti, le voci di scandali, la dissolutezza, gli incontri che sconvolgono la vita.
“Così cadono le fronde intorno all'albero in autunno: esso non ne sa nulla, la pioggia lo bagna o lo colpisce il sole o il gelo, la vita gli si ritrae lentamente in uno spazio minimo e intimo. Esso non muore. Aspetta.”
“Così cadono le fronde intorno all'albero in autunno: esso non ne sa nulla, la pioggia lo bagna o lo colpisce il sole o il gelo, la vita gli si ritrae lentamente in uno spazio minimo e intimo. Esso non muore. Aspetta.”
Gabriel Garcia Marquez - L'amore ai tempi del colera
''..Capita che sfiori la vita di qualcuno, ti innamori e decidi che la cosa più importante è toccarlo, viverlo, condividere le malinconie e le inquietudini, arrivare a riconoscersi nello sguardo dell'altro, sentire che non ne puoi più fare a meno... e cosa importa se per avere tutto questo devi aspettare cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni notti comprese?...''
Dopo “Cent’anni di solitudine” solo la curiosità mi ha spinto a iniziare “L’amore ai tempi del colera” .
Affrontare Marquez significa fare i conti con il suo stile “monumentale”, con una scrittura cupa, non sempre scorrevole, a tratti pesantissima, con i salti temporali che disarmano, con inaspettate invenzioni letterarie, con la passione che trasborda e domina ogni altro sentimento.
Affrontare Marquez significa fare i conti con il suo stile “monumentale”, con una scrittura cupa, non sempre scorrevole, a tratti pesantissima, con i salti temporali che disarmano, con inaspettate invenzioni letterarie, con la passione che trasborda e domina ogni altro sentimento.
Il romanzo parla d'Amore, ma inteso come legame incompreso, causa persa, battaglia da portare a termine tenacemente. Un Amore che lascia senza fiato, capace di infrangere il muro del tempo e della ragione, di restare puro, pur attraversando umiliazioni, negazioni, brutture della vita .
Il protagonista, non è certamente un santo…perché, scrive Marquez, “ il cuore ha più stanze di un casino!", ma è proprio questo suo duplice, o meglio, molteplice tratto che eleva e lo distingue.
La frase sopra riportata è il culmine della storia, l'elemento per cui vale la pena di arrivare al termine del romanzo. Dà un senso e una spiegazione alla tenacia del protagonista: ci mostra quell' Amore che chiunque vorrebbe per sé e, forse, vorrebbe esser capace di donare!
Konrad Lorenz - L'anello di Re Salomone
(...) "Come sarei grato al mio destino se anch'io nella mia vita ... potessi scoprire una sola "corrente ascensionale" che in un lontano futuro aiutasse qualcuno a prendere quota" (...)
K. Lorenz – L’anello di Re Salomone - 1967
(…)mi stendo sulle verdi rive di un ramo secondario del Danubio, quasi fiabesco nella sua realtà, in un paesaggio primordiale in cui manca il minimo richiamo alla civiltà umana, e a volte riesco ad operare quel miracolo cui tendono, come a una meta superiore, i più grandi saggi dell’Oriente: senza che mi addormenti, il mio pensiero si dissolve nella natura circostante, il tempo si arresta e non significa più nulla. Quando il sole tramonta non so più se sono passati dei secoli o degli anni. Questo animalesco nirvana costituisce il migliore contrappeso al lavoro intellettuale, ed è un vero balsamo per le molte piaghe che, nella sua corsa affannosa, l’uomo moderno porta nell’anima.(…)
Alejandro Jodorowsky - La danza della realtà
(…) l’amore: è la gratitudine perché l’altro esiste.(…)
Ci sono testi che ti stendono, come un pugno nello stomaco e forse per questo vale la pena consumarne le pagine fino alla fine. In questa autobiografia Jodorowsky si riflette in un mondo di eccessi, dove nulla è banale, dove tutto è vissuto con passione, oltre la ragione. Il suo narrare ferisce per la crudeltà di certe immagini e, insieme, commuove quando sfiora con delicatezza temi quali l’amore, le relazioni familiari, la vita, la morte.
Difficile per me comprendere certi passaggi: le mie radici culturali sono lontane dal considerare la psicomagia “ atto curativo” o le terapie a base di allucinogeni “arte che eleva”.
Fin da subito la ragione mi ha imposto quelle stesse barriere che J. ha tentato di valicare con i suoi gesti estremi, con le sue follie poetiche, con le sue truci rappresentazioni teatrali. Alla fine ho dovuto abbassare tali barriere, per poter proseguire la lettura, per poter arrivare fino in fondo, per poter ricevere quella scossa che, egoisticamente, pretendo sempre quando intraprendo un viaggio attraversando un libro.
E chiusa l’ultima pagina, ancora inondata da sentimenti contrastanti, dal rifiuto- all’ammirazione, dall’orrore- alle lacrime, faccio mio un suo pensiero, ricordando chi non è più accanto a me:
“ …nella misura in cui gli altri ci ricordano, noi viviamo. Se ci dimenticano, ci sentiamo morire. Nel mondo onirico succede la stessa cosa. Se l’inconscio è collettivo e il Tempo eterno, si può dire che ogni creatura nata e morta sia rimasta incisa nella memoria cosmica che ogni individuo reca dentro di sé. Oserei dire che ogni morto attende nella dimensione onirica che una coscienza infinita si ricordi finalmente di lui.
Alla fine dei Tempi…nessun essere, per quanto insignificante, verrà dimenticato.”
Alla fine dei Tempi…nessun essere, per quanto insignificante, verrà dimenticato.”
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