venerdì 24 giugno 2016

L'enigma del solitario - Jostein Gaarder

E’ là che dovremmo stabilire la nostra dimora e non sul mucchio di sabbia quaggiù, dove il tempo divora tutte le cose che amiamo




Una storia nella storia, come è nello stile di Jostein Gaarder, a cui piace mescolare le carte e fornire molteplici visioni di ogni singolo dettaglio.

Un viaggio reale di un padre, uomo fuori da ogni schema razionale, che alterna stati di totale annegamento nell’alcool ad altri di elevate visioni filosofiche del vivere, e di suo figlio, un fragile adolescente che ancora non comprende il senso della durezza della vita.

Un viaggio dalle terre del nord Europa fino ad Atene, simile ad una discesa nel proprio io, alla scoperta di una coscienza comune, oltre che alla disperata ricerca di una donna, di una madre e moglie, fuggita senza lasciare traccia.
Personaggi che intrecciano a loro insaputa il proprio presente e passato e che si scoprono parte di un unico destino.
Il destino, termine così fragile, così difficile da imbrigliare.
Il destino che ha voluto che un padre e suo figlio si mettessero in viaggio, lo stesso che lega il lettore a questo libro, il destino che scrive di ognuno di noi, ogni giorno, nuove pagine. Così il protagonista cerca di spiegare al proprio figlio il senso dell’esistere ora, in questo preciso istante, su questa terra: “…le probabilità che uno solo dei tuoi antenati morisse negli anni dell’infanzia erano vertiginosamente alti…da questo punto di vista, Hans Thomas, sei stato a un passo dalla morte cento miliardi di volte…eppure ora sei qui, seduto a parlare con me!...Ti sto descrivendo un’unica lunga catena di eventi fortuiti. In realtà, quella catena risale fino alla prima cellula che si divise in due, dando il via a tutto quanto ora cresce e germoglia su questo pianeta. Le probabilità che, nel corso di tre o quattro miliardi di anni, la mia catena non si spezzasse erano talmente infime da risultare pressoché impensabili. Eppure ce l’ho fatta, per la miseria!...e la mia ricompensa è l’incredibile fortuna di vivere su questo pianeta insieme con te. …e se la gente si occupa tanto di fenomeni soprannaturali, ciò è dovuto a uno strano tipo di cecità. Non coglie il mistero più grande e cioè che esiste un mondo. Preferisce occuparsi di marziani e di dischi volanti, piuttosto che dell’insondabile creazione dispiegata davanti agli occhi. …No, non credo che il mondo sia dovuto al caso. Credo invece che all’origine dell’universo ci sia un progetto…”(…).
Ma dove è scritto questo progetto? Dove risiede “il grande illusionista” che il protagonista sta cercando?
(…)“ …spero un giorno di riuscire a smascherarlo, anche se non è facile scoprire il trucco quando un mago non compare neppure sul palcoscenico!”(…)

Un viaggio narrato, infine, anche grazie ad un minuscolo libro che Hans legge con una lente di ingrandimento. Un dettaglio che rende magico un fatto in sé banale e che introduce in un mondo che altro non è che la proiezione dei propri pensieri.
Il regno descritto nel micro libro ricorda il mondo di Alice, in cui si muovono creature fantastiche: carte da gioco, con i loro simboli e colori, che diventano esseri capaci di azioni, ma privi di senso logico proprio.
E poi il Jolly, un misterioso essere di cui è meglio non rivelare altro.

Chiudo qui questo mio riflettere, riportando le parole del padre di Hans:
(…) da qualche parte, su un mucchio di sabbia, un bambino costruisce castelli. Ogni volta che fa un castello nuovo, lo guarda per un istante, tutto fiero, e poi lo distrugge, gettandogli sopra un secchiello di acqua. Allo stesso modo, il tempo ha usato la terra per fare i suoi esperimenti. …Un mago ci fa spuntare dalla sua manica e ci fa sparire nel suo cappello. C’è sempre qualcosa in fermento che aspetta di prendere il nostro posto. Perché noi non posiamo i nostri piedi su un terreno saldo, ma nemmeno sulla sabbia. Noi siamo sabbia….Possiamo sfuggire ai re e agli imperatori e forse anche a Dio. Ma non al tempo: Il tempo ci vede ovunque, perché tutto intorno a noi affonda in quest’elemento senza fine.(…) Il pensiero però non fugge. I filosofi di Atene erano convinti dell’esistenza di qualcosa che non scorre via. Platone lo chiamava “ il mondo delle idee”. Non è il castello di sabbia a essere importante, bensì la rappresentazione del castello che il bambino aveva in mente….Noi portiamo dentro l’idea che tutte le cose intorno a noi potrebbero essere fatte meglio…E sai perché? …perché tutte le rappresentazioni che abbiamo in noi ci vengono dal “ mondo delle idee”. E’ là che dovremmo stabilire la nostra dimora e non sul mucchio di sabbia quaggiù, dove il tempo divora tutte le cose che amiamo.”(…)

a.t.

venerdì 10 giugno 2016

Jostein Gaarder - Il mondo di Sofia

(…) -“Che cos’è questa materia del mondo? Che cos’era ciò che esplose miliardi di anni fa? Da dove viene?”
- “Questo è il grande mistero”
- “Ma è qualcosa che ci coinvolge profondamente, perché anche noi siamo fatti di questa materia; siamo una scintilla di quel grande falò che venne acceso molti miliardi di anni fa.” (...)





Una storia come potrebbero essercene tante: un’adolescente, un filosofo, il lungo cammino tracciato dai grandi pensatori del passato e del presente da ripercorrere.
Qual è il destino dell’uomo, quale la sua origine? Esiste un “principio”, un “eterno”, una “fine”?
Sofia e Alberto: la loro vita pare vera, ma è solo la trama di un libro che un padre, Albert, ha scritto per il quindicesimo compleanno della figlia, Hilde.
I dialoghi fra Sofia e Alberto e il loro ragionare sulle domande che hanno accomunato gli uomini fin dalla antichità, sono un’occasione per avvicinare Hilde ai grandi quesiti della Vita.
Dagli atomi di Democrito, alle idee di Platone fino all’esistenzialismo di Sartre, il libro di Albert è una singolare lezione accademica, ma il vissuto di Hilde, che legge di Sofia, che discute con Alberto nel romanzo di Albert, fanno tutti parte di una storia nella storia: il romanzo di Jostein Gaarder.
E quando ogni dettaglio pare ben delineato, Sofia e Alberto sfuggono al controllo del loro ideatore-scrittore, creandosi una nicchia di vita propria.
Qual è dunque la realtà? Quella che percepiamo? Quella che viviamo? Quella che altri hanno creato per noi? Quella che noi costruiamo nella nostra mente?

giovedì 21 aprile 2016

Walter G. Pozzi - Carte scoperte


La mente umana cede impotente al risucchio di una storia…” scrive Jonathan Gottschall in “L’istinto di narrare” e i personaggi della finzione narrativa, pur essendo “persone d’inchiostro, che fanno lavori d’inchiostro, vivono in case d’inchiostro, con problemi d’inchiostro e quando si feriscono, sanguinano inchiostro, hanno una presenza reale nel nostro mondo, lo influenzano persino”.

Se un libro riesce dunque a creare una storia e ad animarla di personaggi capaci di narrare, di smovere le coscienze, di indignare –persino- si arriva all’ultimo capitolo con l’impressione di dire addio ad una parte della nostra vita.
Il che non è scontato: in alcuni testi le parole restano solo inchiostro, pagine trasparenti, prive di radici.
Già in altre occasioni ho precisato di aver iniziato un libro in punta di piedi. Leggere di drammi altrui, di vite in bilico e non poter cambiare il corso degli eventi, suggerire vie d’uscita ai protagonisti, agevolare certi percorsi, mi disarma, mi fa sentire impotente. E’ un po’ come se avessi la pretesa di rimodellare il finale di ogni libro che mi passa fra le mani, per renderlo compatibile al mio sentire.
Ma avvicinarmi a “libri per me impossibili” provoca pur sempre la scintilla di cui ho bisogno, di cui mi nutro; equivale a solcare mondi e modi di pensare diametralmente opposti al mio; è l’occasione di far nascere in me nuove domande.
Carte scoperte” di Walter G. Pozzi è un libro tosto, che ho più volte chiuso, proprio per la sensazione di non poter interagire, e poi ho riaperto, costringendomi all’ ascolto.
Un cupo  mondo di personaggi dai nomi originali, a volte impronunciabili, anima un circolino di nostalgici del Pci. La politica per alcuni di loro non è solo uno sfondo, un pretesto per discutere e confrontarsi, ma è un marchio, una necessità, un rimpianto.
Scampoli di vita raccontati attorno ad un tavolo, davanti ad un bicchiere, con un mazzo di carte.
Nel circolo Garibaldi si scandaglia la recente storia italiana, ci si indigna per lo sgretolamento della sinistra, si discute del nuovo mercato del lavoro, di flessibilità, di guerra in Afghanistan, di G8 .
La televisione trasmette in diretta il crollo delle Torri Gemelle: lo sgomento, l’incredulità, il dubbio e “per l’ennesima volta veniva distribuita alla gente una verità unica e indiscutibile…
Il pensiero del protagonista Mario rimbalza subito alla strage di Piazza Fontana: scenari diversi, luoghi geografici agli antipodi, ma stessa sequenze. Il terrore e l’incredulità della gente e l’ immediata reazione dello Stato.
Cos’hanno in comune l’esplosione in una Piazza di Milano di qualche anno prima e i grattacieli di New York violati dagli aerei?... ” stavano ancora per arrivare le ambulanze, e già la polizia spediva i suoi uomini a arrestare gli anarchici “ … Le Torri non sono ancora crollate e già arrivano a raffica le immagini del nuovo nemico-Bin Laden.
Ecco come ”l’invadenza della televisione, la potenza delle sue immagini, contribuiscono a istallare il meccanismo della ‘memoria’ a scapito della Storia”.
Il mio appunto finale va al contrasto umano fra il protagonista Mario, un sessantenne che ha perso famiglia e lavoro  a causa di scelte di vita che non mi compete giudicare, e suo padre, un  ex-partigiano di ferro.
Mario ne esce distrutto; è l’anti-eroe, ai margini della vita. Seppur ripulito dalle colpe passate, Mario non ha saldato i conti con se stesso.
Fugge, continua a fuggire per tutto il racconto e anche oltre.
Sopravvive giocando a carte, ma non vuole “rientrare in gioco”. Sfugge alla burocrazia che ancora gli sta alle costole, diventa un'ombra.
Mario prova pena per il padre “ La Costituzione! La Patria. Povero papà…dovresti vederla adesso, la tua Patria”  ma non fa nulla di concreto perché il mondo cambi. Ha abbandonato ogni sfida.
Il Mondo! Altra parola vuota, come lo erano anche Società, Buon Senso, Famiglia, Patria, Dio…Certo, la sua esperienza aveva trasformato queste parole in sacchi flosci che, qualunque contenuto provasse a mettere loro dentro, si ostinavano a non stare in piedi. E lo colpiva come, passando gli anni, il numero delle parole prive di consistenza fosse andato aumentando. Ma doveva essere così solo per lui, dato che, per molti suoi conoscenti, le parole sembravano al contrario solidificarsi e quei sacchi diventare sempre più pieni.
A Mario è mancata anche, soprattutto, quella definizione per il quale il padre tanto ha combattuto: IDEALISTA: “ Il padre stava compilando le parole crociate quando si era platealmente arenato su questa definizione : individuo che insegue sogni irrealizzabili. Nove lettere, delle quali quattro già scritte : d a st.
Il cruciverba rientrava nella parte ludica in un quotidiano a tiratura nazionale, filogovernativo con ambizioni di imparzialità…E in questo particolare risiedeva la ragione dell’irritazione paterna. Non poteva credere che la parola nella quale si era identificato per una vita rispondesse ad una simile definizione…. leggi, questa è la definizione giusta: mosso da un altro fattore
’’  ( da un vecchio vocabolario edito nel 1972) . E sempre il padre, a ribadire il suo sdegno: 

 Non mi interessa l’intenzione dell’imbecille: conta il risultato. Il problema non sta nel fatto che pensino, ma proprio nel fatto che non pensino. Secondo questo ’’solamente un cruciverba’’ negli ultimi trent’anni io mi sono trasformato, senza accorgermene, in un povero cretino!”.

domenica 21 febbraio 2016

Milan Kundera - L'insostenibile leggerezza dell'essere




(…)Le vite umane sono costruite come una composizione musicale. L’uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita. Ad esso ritorna, lo ripete, lo varia, lo sviluppa, lo traspone, come fa il compositore con i temi della sua sonata.(...)
 (...)L’uomo senza saperlo compone la propria vita secondo le leggi della bellezza persino nei momenti di più profondo smarrimento. Non si può quindi rimproverare ad un romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze, ma si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze della vita di ogni giorno, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza. (…)

mercoledì 17 febbraio 2016

José Saramago - Le intermittenze della morte



«Sapremo sempre meno che cos’è un essere umano»



Le intermittenze della morte – un romanzo ironico e sarcastico sul tema della morte e della sua temporanea latitanza, in cui un evento assurdo finisce con il diventare logico.

«Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti enorme turbamento…»
Con questa affermazione si apre il romanzo di José Saramago (1922- 2010) narratore, drammaturgo e poeta portoghese, premio Nobel per la Letteratura nel 1998.

L’ambientazione è omessa: la morte si è presa una pausa, regalando un'inaspettata eternità in un Paese non definito, ai confini del quale il ciclo della vita continua invece ignaro. L’evento narrato possiede uno sfumato tempo d’inizio, che coincide con la mezzanotte di un 31 dicembre, e una fine inusuale, che si trasforma in un tempo sospeso.
Attorno a questo fatto irrazionale ruota il romanzo, interamente scritto, quale tratto distintivo dell’autore, in assenza dei convenzionali segni di punteggiatura , con discorsi diretti e indiretti che si fondono in lunghe frasi senza pause.
Lo stile narrativo contribuisce a creare pathos, ma pure ad appesantire, a tratti, la lettura.

La morte, volutamente, è scritta e si firma essa stessa con l’iniziale minuscola, perché «le morti di ciascuno sono morti per così dire dalla vita limitata, subalterne, muoiono con colui che hanno ammazzato, ma al di sopra di esse ci sarà una morte più grande, quella che si occupa dell’insieme degli esseri umani… Quella che distruggerà l’universo, che realmente merita il nome di Morte, anche se quando ciò accadrà non si troverà più nessuno a pronunciarlo…»

Un’assenza e una presenza si alternano in tutto il romanzo: manca la morte come fatto e compare materialmente la morte nelle vesti di uno scheletro prima, di una donna successivamente.
I personaggi, legati insieme da questa paradossale situazione, restano in vario modo intrappolati a progettare e ragionare intorno alla nuova e anomala realtà. L’ immortalità presto si trasforma in dramma e le tragedie singole si intrecciano ai dolori collettivi.
 «In tal caso, intervenne un filosofo dell’ala ottimista, perché vi spaventa tanto che la morte sia finita, Non sappiamo se è finita, sappiamo solo che ha smesso di ammazzare…»

Il decadimento umano però non si ferma: la malattia non è sconfitta, gli incidenti, le sofferenze, i dolori continuano. La classe politica è preoccupata e sconcertata di fronte a cambiamenti epocali che non è in grado di gestire, arrivando a prendere accordi con una non ben identificata maphia. La Chiesa appare sgomenta di fronte alla notizia: non può più predicare la vita eterna dell’anima giacché i corpi stessi sono diventati eterni. Per la «dottrina» l’assenza della morte diventa immediatamente più insopportabile della sua presenza.

«Senza morte, mi ascolti bene, signor primo ministro, senza morte non c’è resurrezione, e senza resurrezione non c’è chiesa»

Nel gioco di situazioni imprevedibili la voce narrante lascia talvolta spazio a quella dell’autore che chiede complicità ai lettori, lanciando una sfida: accettare le sue proposte narrative, perché diventi coerente il fatto assurdo. Come in altre opere Saramago, attorno a un evento surreale, ricrea una storia di cui è superfluo chiedersi il motivo. Scandagliare il pensiero umano è il suo unico fine narrativo.

«E’ così che solo un’educazione raffinata, di quelle che ormai stanno diventando rare, unitamente, forse, al rispetto più o meno superstizioso che la parola scritta suole infondere nelle anime timorate, abbia portato i lettori, benché non mancassero loro i motivi per manifestare espliciti segnali di mal repressa impazienza, a non interrompere quello che abbiamo fin qui riferito…»

Anche lo scrittore prende la parola in merito alla morte: «A proposito, non resistiamo a rammentare che la morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo»
E la stessa morte, quasi a scusarsi con l’umanità intera: «C’è un punto su cui mi sento in obbligo di riconoscere il mio errore, il quale punto ha a che vedere con l’ingiusto e crudele procedimento che stavo seguendo, vale a dire togliere la vita alle persone a tradimento, senza preavviso…» 

La parentesi di eternità dura sette mesi, dopo i quali la morte torna dunque all’opera grazie a missive dal colore violetto.

«D’ora in poi tutti quanti saranno avvertiti e avranno la scadenza di una settimana per mettere in ordine quanto ancora gli resta di vita…»

Ancora la voce dell’autore, quasi a ribadire l’assoluta ovvietà dei fatti e a chiedere  consenso ai lettori: «Ma la morte non ha alcuna necessità di essere crudele, a lei, togliere la vita alle persone basta e avanza… E ora, concentrata come dovrà essere sulla riorganizzazione dei suoi servizi di appoggio dopo la lunga sosta di sette mesi, non ha occhi né orecchie per le urla di disperazione e di angoscia degli uomini… e delle donne che, uno dopo l’altro, vengono avvisati della morte prossima...»

Senonché anch’essa, dopo aver dichiarato «io sono la morte, il resto è nulla» incappa in un imprevisto e deve vestire i panni di una vulnerabile donna, che condurrà il lettore a un finale non scontato, legato a una lettera rinviata al mittente per tre volte.

(Pubblicato su VORREI - culture- 15-06-2013)

Italo Calvino - La giornata d'uno scrutatore

"l'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo






Per scrivere una storia così breve, ci ho messo dieci anni, più di quanto avessi impiegato per ogni mio altro lavoro. La prima idea di questo racconto mi venne proprio il 7 giugno 1953. Fui al Cottolengo durante le elezioni per una decina di minuti. (…) ero candidato del Partito Comunista… assistetti a una discussione… fu lì che mi venne l’idea del racconto. Provai a scriverlo, ma non ci riuscii… Pensai che avrei potuto scrivere solo se avessi vissuto veramente l’esperienza dello scrutatore che assiste a tutto lo svolgimento delle elezioni lì dentro.
L’occasione nel ’61. Passai al Cottolengo quasi due giorni e fui anche fra gli scrutatori che vanno a raccogliere il voto nelle corsie… Il risultato fu che restai completamente impedito dallo scrivere per molti mesi… Insomma, prima ero a corto di immagini, ora avevo immagini troppo forti.
Ho dovuto aspettare che si allontanassero, che sbiadissero un poco dalla memoria… ho dovuto far maturare sempre più riflessioni… come un seguito di onde o cerchi concentrici…


Ecco il Calvino della mia maturità, così diverso da quello conosciuto sui banchi di scuola.
Non più lo stupore nel seguire un funambulo gentiluomo arrampicato sugli alberi; né la commozione per quel guerriero spaccato a metà da una cannonata; né l’illusione d’incrociare la via tracciata da un cavaliere inesistente.
È un uomo qualunque quello che ho ritrovato in questo testo, un attivista moderato di un partito di sinistra non ben specificato, scelto per ricoprire il ruolo di uno scrutatore al Cottolengo.

Anno 1953.
In una giornata piovosa ha inizio il viaggio di Amerigo (e con il nome che gli è stato affidato, altro non avrebbe potuto fare) attraverso “un’Italia nascosta … il rovescio di quella che si sfoggia al sole, che si ammira per le strade e che pretende e che produce e che consuma; che era il segreto delle famiglie e dei paesi …
Un viaggio che ha dell’assurdo, dell’irragionevole: se avessi letto il libro senza conoscerne l’autore, lo avrei associato a Saramago.
Calvino si scontra con l’infelicità, si chiede quanto pesi su ognuno di noi la responsabilità di generare nuove vite, fa suo il dolore di chi è reietto, condannato all’ombra, inconsapevole pedina di questa nostra esistenza, eppure sfruttato per creare numeri, voti, potere.
non avevo mai osato sfiorare questi temi prima d’ora. Non dico ora d’aver fatto più che sfiorarli; ma già l’ammettere la loro esistenza, il sapere che si deve tenerne conto, cambia molte cose.”

Questo breve romanzo è un concentrato di polemiche, di fatti politici, memorie storiche, di confini invalicabili fra la città-dell’homo-faber - che si è arrogata il diritto di conoscere in modo esclusivo il segreto del “fuoco … senza il quale le città non si fondano, né le ruote delle macchine vengono messe in moto” - e il mondo-Cottolengo, antitesi della” vanità del tutto”.
Sul finire del viaggio l’approdo all’amore in due diverse sfumature, a quell’amore che non porta traccia di pensiero razionale.
Vagando tra le corsie come membro del seggio, il protagonista scorge una suora che ha fatto del Cottolengo il suo luogo di missione. L’amore come scelta.
Poi un anziano padre che “non aveva scelto nulla, perché il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua vita era altrove, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio”. L'amore come  necessità, come conseguenza inevitabile.
Seduti ai lati del letto, in modo da potersi reciprocamente guardare con l’angolo dell’occhio, due esseri legati dal sottile filo di un altro tipo d’amore. “Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore." E poi: " l'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo”.

( pubblicato su VORREI - Il mio #Calvino IV. La giornata di uno scrutatore)

Hermann Hesse - Demian

"Eppure, non volevo tentar di vivere se non ciò che spontaneamente voleva erompere da me.
Perché era tanto mai difficile?”


Demian , un libro ricco di significati e di simboli; un mosaico incentrato sulla crisi esistenziale, intesa non come sconfitta, ma come cambiamento, elevazione.
L’ apertura del romanzo è un inno alla vita e all’irripetibilità di ogni essere umano.
Ogni uomo però non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola, senza ripetizione” .
Il concetto viene poi ribadito poche righe dopo, laddove il fulcro dell’esistenza di ogni uomo si identifica con il personale “mettersi in gioco” :
La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero. ..Tutti noi abbiamo in comune le origini, le madri, tutti veniamo dallo stesso abisso: ma ognuno, tentativo e rincorsa dalle profondità, tende alla propria meta. Possiamo comprenderci l’un l’altro, ma ognuno può interpretare soltanto se stesso”.
E ancora : ”ciò che la natura vuole dall’uomo sta scritto in ognuno, in me in te” .

Il filo conduttore di tutto il romanzo è il concetto di “cammino”, da intendersi principalmente come ricerca dell’Io, scisso fra il bene e il male, fra il sentirsi “parte” e l’esser “esclusi.
Il cammino è quello che intraprende il protagonista, che a soli dieci anni si scontra con due mondi che convivono fra le mura in cui abita.
Molti sperimentano la morte e la rinascita, che sono il nostro destino, una volta sola nella vita, quando cioè l’infanzia si decompone e lentamente crolla.” … “Due mondi vi si confondevano e da due poli arrivavano il giorno e la notte.”
Da una parte una madre, un padre con  il loro rigore morale, la parola della Bibbia  quotidianamente vissuta e imposta, il senso di perfezione e di sicurezza proprio del focolare domestico.
 Dall’altra, le storie di spiriti, le voci di scandali, la dissolutezza, gli incontri che sconvolgono la vita.

Così cadono le fronde intorno all'albero in autunno: esso non ne sa nulla, la pioggia lo bagna o lo colpisce il sole o il gelo, la vita gli si ritrae lentamente in uno spazio minimo e intimo. Esso non muore. Aspetta.”